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IMMIGRATI

Savona, fondata dagli antichi Liguri, appare nella storia scritta nel 205 A.C.

In questi 2200 anni di storia a momenti di gloria e di prosperità si sono alternati momenti di crisi e di vere e proprie catastrofi. Savona è senz’altro una delle poche città al mondo che possano lamentarsi di aver avuto il proprio centro distrutto ben tre volte: dai Longobardi di Rotari nel 641, dai Genovesi nel 1542-43 e dai bombardamenti alleati dell’ultima guerra mondiale.

Conseguentemente ai rivolgimenti favorevoli o sfavorevoli si sono verificati grandi fenomeni di accrescita o calo demografico con rilevanti apporti di “furesti”. Senza contare che con il passaggio di innumerevoli truppe di occupazione o di cosidetti alleati liberatori, sempre qualcuno finiva con l’inserirsi nella comunità locale.

Possiamo ricordare che negli anni gloriosi a cavallo del 1500 gli abitanti di Savona erano 25.000 (18.000nel centro storico vero e proprio secondo C.Varaldo) ma nel 1570, sotto il giogo genovese erano scesi a 14.000 per precipitare a 6.205 nel 1667. La ripresa si ebbe con Chabrol, 10.649 abitanti nel 1805, 16.270 nel 1812, mentre un secolo dopo si arrivava a 50.000 per sfiorare gli 80.000 nei primi anni 70 e quindi crollare nuovamente.

Sino al 1940 Savona era però fondamentalmente abitata da Savonesi veri e propri o completamente assimilati. I”furesti” erano pochi e conosciuti come “Napuliten” genericamente provenienti dal sud, “Sicilien” provenienti dalla Sicilia, “Tusconi” quasi tutti pescatori o marinai di piccolo cabotaggio da Porto Santo Stefano e molti “Piemunteixi” in realtà originari, in gran parte, dalla Val Bormida.

Il dialetto savonese era parlato ovunque e la città era un grande centro industriale e marittimo, mentre l’apporto agricolo del suo immediato retroterra non era affatto trascurabile.

Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale e la mattanza della guerra civile, inizia la ricostruzione e parallelamente incomincia un nuovo afflusso di “furesti”.

Un afflusso molto particolare: sono gli Italiani cacciati da Fiume, dalla Dalmazia e dall’Istria. Sono persone altamente qualificate e daranno un grande impulso all’economia ed alla cultura savonese.

Questo fenomeno potrebbe paragonarsi a quello che si ebbe in Italia nel 1453 con l’arrivo dei profughi di Costantinopoli, caduta in mano turca.

Gli Italiani dell’Adriatico Orientale erano vittime dell’ennesima pulizia etnica balcanica.

L’elemento latino-veneziano-italiano era riuscito a sopravvivere ed a resistere alla marea slava e turca scrivendo pagine di gloria stupenda, anche se le rivalità tra Venezia, Trieste, Fiume e Ragusa  rese ancor più difficile la loro lotta.

Ragusa, come chiaramente si evince dagli studi di Ferdinando Braudel e da tutta la sua storia, fù a buona ragione la quinta grande repubblica marinara italiana.

Dopo il Trattato di Vienna del 1815 tutto il Nord ed il Nord-Est del litorale adriatico cadde sotto il dominio austro-ungarico ed iniziava la snazionalizzazione dell’elemento italiano, pervaso da forti sentimenti di irredentismo e di riunione alla madre patria, a favore dell’elemento slavo, ritenuto più ligio al potere imperiale asburgico.

Questa azione fu continua ma lenta a causa della resistenza italiana, prova ne sia che ancora nel 1848, quando la città di Spalato ricevette una comunicazione in croato dai notabili di Zagabria fù costretta a rispondere che in città, su 12.000 abitanti. solo uno era stato in condizione di capirla e tradurla; quando nel 1861 i croati vollero fare il loro primo giornale lo stamparono in italiano e la testata era “Il Nazionale” (sic).

A poco a poco però, almeno in Dalmazia detta azione ebbe qualche successo, i municipi di Cattaro, Ragusa, Traù, Sebenico, Spalato, Cittavecchia, ecc. perdevano la maggioranza italiana all’alba del 1900, anche se rimanevano scuole, giornali, società di mutuo soccorso, filodrammatiche italiane, solo Zara era esclusivamente italiana. Gli Italiani dalla Dalmazia incominciavano a rifugiarsi nella penisola per sfuggire ad una situazione che si faceva sempre più insostenibile.

Nel gennaio del 1921 Spalato e Sebenico venivano messe a soqquadro da bande di croati inebriati dal Trattato di Rapallo che cedeva tutta la Dalmazia, salvo Zara ed isolette, al regno di Serbia Croazia e Slovenia, gli Italiani, traditi dal proprio governo, abbandonavano quelle terre,

Ma il grande esodo si ebbe alla fine della Seconda Guerra Mondiale e con la firma dell’infausto “Diktat” Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 1947.

In realtà la tragedia vera e propria iniziò l’8 settembre 1943 quando, a seguito della resa senza condizioni, gabellata come armistrizio, l’esrcito regio si sfasciò, gli slavi ne approffittarono per rifornirsi di armi ed iniziare la pulizia etnica con i primi saccheggi, uccisioni ed infoibamenti.

La priorità assoluta di Tito era l’occupazione delle terre italiane e l’eliminazione dei suoi abitanti, Fiume fù efficacemente difesa dal generale Gambara che riuscì a mantenere le sue truppe in armi, ma fù con l’arrivo dei tedeschi e quindi delle truppe della Repubblica Sociale Italiana, che gli italiani furono, almeno temporaneamente, salvi.

Ovunque si formarono gruppi di milizia territoriale volontaria per la difesa. Cui si contrapposero alcune formazioni partigiane italiane, presto fagocitate dai partigiani titini.

Il ridicolo si ebbe nel dopoguerra, in quanto il governo italiano riconobbe agli slavi, con magari un brevissimo arruolamento nell’esercito italiano, la pensione INPS, anche se furono poi attivi nella pulizia etnica, ma non riconobbe alcunchè a coloro che combatterono, fatalmente inquadrati nella R:S.I. , per difendersi e per difendere i confini dell’Italia.

Triste situazione degli italiani e delle truppe della R.S.I., essi dovevano difendersi sia dai nemici che dagli alleati. Infatti, anche gli ufficialmente alleati croati ustascia di Ante Pavelic avevano le stesse mire e usavano gli stessi sistemi dei partigiani di Tito. Reparti della X Mas dovettero impugnare le armi per difendere il nostro tricolore contro tutti anche contro i tedeschi.

Ma tra la fine di aprile ed i primi di maggio 1945 le armate titine riuscirono a dilagare scatenando la mattanza. Impossibile sapere il numero esatto degli italiani massacrati ed infoibati, sia fascisti che antifascisti che indipendentisti (quest’ultimi a Fiume).

Da molte foibe è stato impossibile recuperare i corpi, solo a Basovizza furono infoibate almeno 2.000 persone, in Dalmazia dove non erano foibe gli italiani venivano gettati in mare con una pietra al collo. Si presume che i morti siano stati almeno 20.000. Sarebbero stati molti di più se le truppe alleate occidentali non avessero deciso di occupare, temporaneamente, Trieste e Pola.

Così iniziò l’esodo di 350.000  italiani. Triste conclusione per una guerra  in cui i vincitori dissero di aver combattuto per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli.

Ma vi fù anche un gesto di ribellione- Il giorno della firma del trattato di pace, a Pola, la giovane Maria Pasquinelli sparò due colpi di rivoltella contro il generale inglese Winton, comandante delle truppe di occupazione alleate e considerato il simbolo dell’ingiustizia che si stava perpetrando.

Lasciata cadere la pistola la Pasquinelli si lasciò tranquillamente catturare, fù condannata a morte, poi all’ergastolo, dopo 18 anni di dignitosa sofferenza incarcere, ottenne la grazia.

Intere città e villaggi si svuotarono completamente. I fiumani, gli istriani ed i dalmati abbandonarono con tutti i mezzi quelle regioni, anche su barche a remi – i primi “boat people” – che tanto ci commovuono se sono vietnamiti, cubani o extracomunitari in genere. Ma i nostri non furono bene accolti: al loro arrivo nella penisola. folle di comunisti li ricevettero a sputi ed insulti rifiutando loro, a Bologna, persino l’acqua – a marzo del 2007 è stata messa una targa nella stazione di Bologna che ricorda questo orribile episodio.

Furono costituiti 109 campi profughi. In realtà a Savona non vi fù un vero e proprio campo profughi, ma il Seminario Vescovile e le Suore della Misericordia ospitarono molte persone. Nella città di Savona arrivarono almeno 300 gruppi famigliari ed altrettanti o più in provincia.

Purtroppo non esistono statistiche e sarebbe necessario effettuare un’accurata ricerca, comunque in base ai dati disponibili è possibile individuarne la provenienza.

A Savona arrivarono dall’Istria il 33%, da Pola il 25%, da Fiume il 22%, da Zara il 12%, dalle isole il 5%, da Cattaro l’1% e lo stesso da Sebenico e Spalato; in provincia arrivarono dall’Istria il 47%, da Fiume il 25%, da Pola il 14% da Zara il 6%, dalle isole il 4%, da Spalato il 2%, da Ragusa l’1% mentre da Traù e da Sebenico per ambedue lo 0,5%.

Alcuni si integrarono, altri proseguirono per le Americhe e l’Australia, allontanati da un governo imbelle che preferiva non averli in casa. Terribile destino, lasciarono le loro terre per amore dell’Italia, che non seppe ospitarli, ed i loro figli diventorono cittadini stranieri.

Anche a Savona vi fù ostracismo. Simbolico ilcaso di un profugo, tra l’altro anche reduce dalla prigionia in Germania, che, esasperato, portò al Comune di Savona la sua foto con richiesta di esporla affinchè chiunque avesse alcunchè contro di lui potesse farsi avanti. Per la cronaca questo profugo divenne poi una delle più insigni figure di Savona.

Come lui molti profughi riuscirono a ben inserirsi diventando determinanti per lo sviluppo economico, culturale e sportivo savonese.

Ricordiamone solo alcuni, si possono fare in nomi di: prof. G. Fragiacomo da Pola, uno dei primi ad arrivare, preside D. Aita da Zara, preside A. Depoli da Fiume, prof.a E. Celar da Sebenico, proff. Antonio, Ugo ed Ida Belich da Zara – ricordati anche in un libro di Bettiza -, prof.a A. Vizchich da Fiume, notai C. Franchi e Sansa da Pola ecc.

Alcuni profughi discendono da rinomate famiglie patrizie, ad esempio, per i fiumani, troviamo Lanassi dai Lanassi elettori del rappresentante civico alla fine del 1700, Babich dai Babich patrizi consiglieri dal 1525 al 1546, Terzi dai Terzy patrizi consiglieri dal 1823 al 1838, ecc.

A Genova il sindaco Sansa ha ricordato i fiumani, gli istriani e dalmati con un monumento a Staglieno, sarebbe bene (e riparatorio) che per la prossima Giornata della Memoria 10 Febbraio

il Comune e la Provincia di Savona volessero degnamente ricordare questo gruppo di nuovi savonesi invece di insultarli con  discutibili mostre.

Bisogna ricordare che tra Fiume e Savona esiste, nella storia, un certo qual collegamento, infatti il barone Stefano della Rovere fù chiamato dall’Imperatore a ricoprire la carica di Capitano (governatore) di Fiume e Tersatto dal 1608 al 1637 e suo figlio Ferdiando governò dal 1639 al 1672, mentre il nipote Benvenuto fù facente funzione di capitano negli anni 1701 e 1702.

 

OLOCAUSTA

 

“Il nome giusto della città non è Fiume ma Olocausta”. Così già proclamava Gabriele D’Annunzio quando l’immane tragedia degli anni 40 non si era ancora abbattuta su questa nostra adorata città “presso del Quarnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna” (Dante Alighieri)-

La storia di Fiume dagli albori fino all’inizio del secondo millennio è simile a quelle delle città rivierasche della Dalmazia: Cattaro, Ragusa, Traù, Sebenico, Spalato, Zara, ecc. Città fortificate dove l’elemento latino (poi italiano) si difendeva dalle invasioni barbariche  di Avari, Slavi, Ungari e Turchi rimanendo collegato via mare con Costantinopoli e l’Italia.

Originariamente la città si chiamò Tarsatica fino all’800, quando subì una prima distruzione ad opera di Carlo Magno. Ma la municipalità risorse, ed il governo della città venne esercitato da un consiglio di 50 membri rappresentanti di ogni ceto. Protagonista  della vita cittadina era però la borghesia popolare composta da mercanti ed imprenditori. Fiume divenne importante centro commerciale e marittimo ottenendo privilegi e franchigie dall’imperatore pur facendo parte dei domini della casa Arciducale d’Austria, mentre al di là del fiume Eneo – la Fiumara – si sviluppava l’entità croata.

Fiume fu anche rivale di Venezia che nel 1509 distrusse la città e, purtroppo, anche tutti i suoi archivi.

Ma anche dopo la seconda distruzione Fiume risorse e visse come Libero Comune Italiano – Città Stato – anche quando l’imperatrice Maria Teresa, nel 1779, la aggregò come “Corpo Separato” al Regno d’ Ungheria.

Dopo il 1848 cominciava il calvario, Fiume – come Trieste, Pola e la Dalmazia – si sentiva italiana ma gli Asburgo rispondevano cercando di appoggiare le velleità degli Slavi, ritenuti ligi all’Impero, favorendone l’immigrazione. Fiume resistette anche alle terribili persecuzioni subite durante la Prima Guerra Mondiale, ed il 29 ottobre 1918 proclamamva la sua unione all’Italia appellandosi anche al presidente USA Wilson, che al solito predicava bene ma razzolava male.

I cacciatorpedinieri italiani arrivarono in porto, finalmente, il 4 novembre, ma il governo italiano, contrastato dai suoi alleati (?) francesi, inglesi ed americani, che volevano favorire il nuovo regno Serbo-Croato-Sloveno, non ratificava l’unione e la città rimaneva occupata da vari contingenti militari alleati.

A questo tragico stato di cose rispose la stupenda impresa di Gabriele D’Annunzio che il 12 settembre 1919 entrava, alla testa dei suoi legionari, nella città festante. Il primo ministro italiano del tempo Nitti ordinava di fermare D’Annunzio ma il generale Pittaluga lo lasciava passare, mentre anche i contingenti inglesi, francesi, americani ed jugoslavi sloggiavano-

L’impresa di Fiume suscitò grande entusiasmo popolare in Italia ed una grande sottoscrizione da parte di Mussolini ma anche l’ostilità del governo italiano. D’Annunzio rispondeva proclamando l’8 settembre 1920 la Reggenza Italiana del Caranaro con la mirabile “Carta del Carnaro”, stupendo esempio di costituzione che anticipava i 18 Punti di Verona  e la socializzazione della R.S.I..

Se Nitti era un “cagoia” il suosuccessore Giolitti era ancora peggio e con il trattato di Rapallo del 12/11/1920 rinunciava alla Dalmazia, eccetto Zara e qualche isola, mentre per Fiume ne accettava lo Stato Libero. Mussolini giudicò il trattato sufficiente per il confine orientale, insufficiente per Fiume, deficiente ed inaccettabile per la Dalmazia.

Con il Trattato di Rapallo riprendeva la persecuzione e l’esodo degli italiani dalla Dalmazia e ci si avvicinava al tragico Natale di sangue, quando il regio governo italiano, dopo giorni di continui bombardamenti da terra  e da mare, costringeva D’Annunzio alla resa.

Sembrava che le tenebre calassero ma pochi mesi dopo, il 28 ottobre 1922, andava al potere una nuova Italia ed il 22 febbraio 1924 Fiume era finalmente annessa alla madre patria.

Il periodo felice non durò nemmeno vent’anni, l’8 settembre 1943 crollava lo Stato Italiano e gli Slavi avanzavano nel contado iniziando la pulizia etnica degli Italiani. Fiume fu salva grazie al generale Gambara, che mantenne alcuni reparti italiani in arme sino al pronto intervento delle truppe tedesche ed al costituirsi della Milizia di Difesa Teriitoriale della Repubblica Sociale Italiana.

Fiume fù parte della Zoma di Operazioni del Litorale Adriatico, ma ciò non significò la cessazione della sovranità italiana, che, ufficialmente non venne mai messa in discussione; anzi la costituzione di tale zona militare bloccò le mire della Croazia di Ante Pavelic. Innumerevoli gli eroi ed i martiri per la difesa dell’italianità, ne ricordiamo solo due: il senatore e sindaco Riccardo Gigante, ucciso lentamente dagli slavi che lo appesero ad un gancio da macellaio ed il questore Giovanni Palitucci, morto a Dachau per aver salvato migliaia di ebrei.

Fiume fù sottoposta ad intensi bombardamenti aerei, ma fù anche difesa ad oltranza, fino al 3 maggio 1945, dalle truppe della R.S.I.- Il comandante della Decima, Valerio Borghese, aveva impegnato le sue truppe nella Venezia Giulia con la speranza che il Regno del Sud potesse arrivare prima degli slavi, ma questa fù una tragica illusione, il governo del Sud era rinunciatario ed imbelle. dominato dagli Alleati e dal P.C.I. di Togliatti, grande amico di Tito.

Così fù la mattanza e la deportazione degli italiani con l’imposizione di un regime di terrore. Manifestazioni studentesche italiane furono soffocate nel sangue, così come tentativi di resistenza dei gruppi Maltauro e Marussi.

L’Italia ratificò il diktat – trattato di pace – il 10 febbraio 1947 rinunciando a Fiume, all’Istria ed alla Dalmazia e la stragande maggioranza degli italiani abbandonò quelle terre, sparpagliandosi per l’Italia – accolti a sputi ed insulti dai comunisti – e per il mondo mentre nelle zone svuotate arrivarono gli slavi del contado e della Balcania impadronendosi dei beni forzatamente lasciati dagli italiani esuli.

Ma l’italianità di Fiume non è scomparsa. gli esuli da tutto il mondo si raccolgono nel Libero Comune di Fiume in Esilio, che ha il suo giornale “La voce di Fiume” (tel./fax 0498 759050 Padova) mentre in Fiume stessa è risorta la “Comunità degli Italiani” con scuola e giornale italiani. Inoltre nel mensile “Difesa Adriatica” (tel 06 5894900 fax 06 5816852) si riconosce l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ……contattateli e sosteneteli.

 

 

LA QUINTA REPUBBLICA MARINARA ITALIANA  RAGUSA

 

Recentemente Noli ha rivendicato di essere la piccola quinta repubblica marinara italiana; noi però vogliamo ricordare che, in realtà, la quinta grande, grandissima, repubblica marinara italiana, ancorchè fuori della Penisola, fù Ragusa.

Ragusa fù libera e sovrana per 1.200 anni, vivendo solo di mare senza tentare alcun dominio sul suo retroterra od oltemare come fecero Venezia e Genova.

Ragusa sorse nel 634 D.C. su una piccola isoletta, in seguito collegata alla terraferma, ad opera degli esuli latini scappati da Epidauro distrutta dai Vendi e dagli Avari. Inizialmente la lingua ufficiale dei Ragusei fù il latino, con lingua d’uso il dalmatico, dialetto neolatino, sostituito nel 1472 dall’italiano che rimase sino al  XX secolo.

 Capo dello stato era un Rettore in carica per un anno, coadiuvato dal Minor Consiglio (potere esecutivo) e dal Maggior Consiglio. Il potere era aristo-democratico, ma ogni classe partecipava all’amministrazione dello stato attraverso le Corporazioni in una atmosfera di eticità assoluta e di rispetto del diritto; prova ne sia che, caso unico nella storia di una nazione o città, non vi fù mai una rivolta popolare. Altro esempio di grandezza morale fù l’aver abolito la schiavitù, primo stato al mondo fin dal 1416.

Ragusa dovette difendersi fin dall’inizio dagli attacchi dei pirati slavi e saraceni, e si alleò di volta in volta con i Carolingi, i Bizantini, il Pontefice, naturalmente Venezia (di cui, per un certo periodo riconobbe la supremazia), i Regni di Ungheria, Spagna e Sicilia.

La Repubblica fù famosa anche per la concessione dell’asilo politico a vari personaggi caduti in disgrazia, tra cui Riccardo Cuor di Leone, Skanderberg, Malatesta ed altri.

Complesse le relazioni con l’impero turco. Ad un certo punto era impossibile una difesa armata e si delineò un’abile difesa diplomatica. Infatti Ragusa riuscì a mantenere un’indipendenza neutrale (il papa la dispensò dall’impresa di Lepanto del 1571 quando le flotte cristiane distrussero la flotta turca) e così fù centro di scambio commerciale tra il mondo cristiano-occidentale ed il mondo turco-islamico, con interesse di tutti.

Ragusa , alleata di Carlo V, partecipò alle guerre di Barberia, alla conquista delle Indie Occidentali ed alle guerre contro l’Inghilterra. Purtroppo, dodici grandi navi ragusee partecipanti alla Grande Armata naufragarono sulle coste irlandesi.

Nel 1510 la flotta ragusea aveva 200 comandanti, 7.000 marinai e 350 navi ed era la terza potenza mondiale per navi oceaniche a vele quadre. Alla fine del 1700 le navi, tra grandi e piccole, erano 700, si costruivano navi enormi per quei tempi: superavano le 750 tonnellate.

Si navigava “alla ragusea”, ovvero i marinai partecipavano ai guadagni dell’armatore e dei mercanti – era una chiara forma di socializzazione.

La bandiera di Ragusa era bianca con la scritta “LIBERTAS” oppure con l’effige di San Biagio.

Con le ricchezze del mare fioriva una eccezionale vita di lettere, scienze ed arti, con una splendida Università sempre nell’ambito della cultura italiana.

Purtroppo, anche Ragusa perdeva la sua indipendenza nel 1808, quando fu incorporata nei domini napoleonici, nel 1814 i Ragusei si ribellavano e facevano prigioniero lo stesso comandante francese generale Montrichard, fidandosi anche della parola degli alleati antifrancesi (in primis l’Inghilterra), ma il 28 gennaio 1814, senza il consenso degli altri alleati il generale austriaco  (croato) Milutinovic occupava Ragusa creando il fatto compiuto e l’annessione ai domini asburgici.

Ma il municipio di Ragusa continuò ad essere italiano fino al 1899, malgrado il continuo sforzo asburgico di slavizzare la Dalmazia, considerando gli slavi ligi all’Impero. Infatti molti ragusei parteciparono alla difea di Venezia nel 1848 ed alle imprese garibaldine. Uno di essi lo Seismit-Doda divenne poi ministro del Regno d’Italia con Crispi nel 1876.

Nel 1918 l’Italia (ed i ragusei) speravano che la Dalmazia fosse annessa come dagli accordi di Londra; ciò non fù possibile e, dopo il trattato di Rapallo del 1920, iniziò l’esodo verso Zara e la Penisola.

Nel 1941 Ragusa fù occupata dalle truppe italiane e ben 8.000 persone chiesero il riconoscimento della cittadinanza italiana mentre veniva richiesta la protezione del territorio raguseo con “Statuto di Città Libera”. I ragusei si arruolarono nell’esercito italiano ed anche nella R.S.I., Lugi Missoni ottenne la medaglia d’oro per il suo eroico comportamento sul fronte albanese, morirà in Emilia nel 1944, mentre il padre moriva a Ragusa incarcerato dagli slavi.

Dal 1945 è la fine di Ragusa ed il trionfo di Dubrovnik, dal nome di un piccolo sobborgo di contadini croati. Prima Tito, poi ancor peggio, Tudjman tentarono di croatizzare tutta la storia di Ragusa, di cambiare tutti i nomi italiani, anche se non riuscirono mai a giustificare il perché tutti i documenti degli archivi (e le lapidi) sono prima in latino e poi in Italiano, persino Marco Polo viene spacciato per croato!

Esistono ancora oggi famiglie italiane a Ragusa, anche se, memori di 60, 80, 100  e più anni di persecuzioni si tengono più o meno nascoste: infatti, fino ad ora, non si sono costituiti in “Comunità Italiana” come a Fiume, Zara, Spalato, Curzola, ecc.

Noi invitiamo chi va in Dalmazia a contattare la Società Dante Alighieri, potrà così sapere come incontrare degli italiani e, magari, portare loro un libro nella nostra lingua.

PULIZIA ETNICA ANCHE AD OCCIDENTE

Ormai si conosce la pulizia etnica a danno degli Italiani ad oriente, con centinaia di migliaia di profughi dalla Dalmazia da Fiume e dall’Istria; vogliamo però ricordare altri profughi in fuga dall’occidente (bisognerebbe ricordare anche i profughi italiani dalle Colonie, dal Dodecaneso, dall’Albania, dalla Tunisia, dall’Egitto, ecc., ma sarà per un’altra volta).

In realtà non vogliamo riferirci a coloro che lasciarono Nizza dopo l’ignobile cessione del 1860, furono numerosi e dettero vita assieme ai (pochi) profughi dalla Savoia ad una Associazione di Oriundi Savoiardi e Nizzardi che si sciolse solo nel 1966, per inciso, con la caduta di Napoleone III nel 1870, Nizza poteva ritornare all’Italia, ma, al solito, il nostro governo non seppe cogliere l’occasione favorevole.

Vogliamo in questa sede ricordare i profughi di Briga e Tenda. Il confine sul fiume Roja fù tenuto fino alla fine dell’aprile 1945 dalle truppe regolari della Repubblica Sociale Italiane e da quelle tedesche, che respinsero sempre con successo gli attacchi franco-americani.

Ma il 26 aprile 1945 truppe francesi e marocchine riuscivano ad occupare la valle del Roja con velleità di annessione.

Però la contea di Tenda era sempre stata terra italiana, sotto il dominio dei Conti Lascaris e poi dei Duchi di Savoia dal 1575. A Briga e Tenda non si parlò mai il francese, basta ricordare lo scrittore tendasco Giovan Battista Cotta (1688 – 1736) che in una sua poesia rivolta alla Madonna invocava pace e prosperità per l’Italia e non certo per la Francia.

Le truppe francesi erano seguite da un fantomatico Comitato per l’annessione alla Francia che licenziò subito le autorità municipali italiane, segretari municipali ed impiegati, disarmò gli sprovveduti partigiani italiani ed il 29 aprile organizzò una farsa di plebiscito. Per dimostrarne l’attendibilità basta considerare il risultato di Tenda: 1.076 votanti e 1.076 (100%) favorevoli all’annessione alla Francia, nemmeno il povero Ceausescu otteneva tali risultati.– La Francia mirava anche all’annessione della Valle d’Aosta- Venivano inoltre arrestati i maggiorenti italiani mentre il 1 maggio veniva abolita la lingua italiana, chiuse le scuole ed i parroci ricevettero l’ordine di celebrare i sacramenti in francese.

Fortunatamente il Comando militare alleato fece ritirare i francesi il 10 luglio 1945 e la regione tornò, temporaneamente, sotto sovranità italiana. La popolazione locale manifestò in tutti i modi la sua italianità, naturalmente senza il minimo supporto dal governo democratico di Roma. Al referendum del 2 giugno 1946 la maggioranza dei Brigaschi (che secondo le velleità francesi erano favorevoli all’annessione) votò a favore della Real Casa Savoia che rappresentava l’unità italiana.

Ma l’infame diktat – trattato di pace del 10 febbraio 1947 assegnava Briga e Tenda (più vari territori lungo le Alpi sino al Piccolo San Bernaro) alla Francia. Dopo l’annessione ed un nuovo plebiscito fasullo agli abitanti fù dato un anno di tempo per ripudiare la nuova imposta nazionalità francese ed andare Italia. Ecco, anche in occidente, un chiaro esempio di pulizia etnica che costrinse molte famiglie ad abbandonare le loro case.

I francesi si scatenarono con furia iconoclastica per cambiare subito la storia con nuove lapidi sotto ai vecchi monumenti italiani – come gli jugoslavi di Tito. Sotto al monumeto al colonello Giovanni Pastorelli, morto in battaglia in Libia nel 1911 si legge “Jean Pastorellì tombè au champ d’honneur”, il tenente Ettore Ardisson, caduto ad Adua, diventa Hector Ardisson anche lui morto nel solito campo dell’onore.

Due benefattori della locale Fondazione Araldi, Giovanni Battista Lamberti morto nel 1894 e Pietro Neri morto nel 1899 nelle nuove lapidi diventano rispettivamente Jean Baptiste Lambertì e Pierre Nerì, mentre è sparita la lapide che recitava “Ai prodi brigaschi nelle battaglie per l’onor d’Italia combattute”.

Non si vuole cero ora suscitare anacronistici sentimenti antifrancesi, ma storicamente si vuol dire che se quanto sopra fù il frutto della “democrazia”, della “libertà” e dell’”autodeterminazione” come sbandierato dagli Alleati e dai loro seguaci noi rispondiamo NO GRAZIE!.